27/06/2019

Chi sono

 

La rivista Wired mi ha definito “esperto di psicomarketing” e “medico dell’anima delle startup”; ho lavorato per oltre trent’anni nel campo dell’amministrazione e della finanza collaborando con società di consulenza, intermediari finanziari, università e scuole di formazione in Italia, negli Stati Uniti e in Svizzera.

Ho ricoperto incarichi in: Albertini Syz SGR, Alviero Martini, Anie, Anima SGR, Antonello Manuli Properties, Associazione Italiana fra le Aziende delle Pietre Preziose ed Affini, Bugnion, Cacharel, Carnegie Italia, Kairos SGR, Ilva, IMQ, Pierrel, 3C Communications, Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Comune di Milano.

Ho inoltre sviluppato progetti imprenditoriali personali e di terzi. Da qualche anno ho virato la mia vita (il termine velico non è scelto a caso) riuscendo a trasformare le sue passioni in lavoro.

 

 

Io, in effetti, sono un Life Coach, ma non mi presento più come tale perché mi rendo conto che –non a torto- le persone storcono il naso quando sentono questo termine. Nella maggior parte dei casi sono assolutamente d’accordo con loro perché, là fuori, è pieno di gente che si qualifica come Life Coach, ma ha preso strade che lo inquinano e lo snaturano e io non ci sto.

Da un lato vi sono quelli che introducono interferenze della psicoterapia per cui si concentrano sui problemi delle persone e ai rimedi per quei problemi mentre l’essenza del coaching è spingere le persone alle soluzioni, agli obiettivi, a ciò “che succederebbe se” non ci fossero i problemi.

Altri hanno la tendenza di ingabbiare il percorso di coaching in procedure rigide e standardizzate, retaggi, evidentemente, di una cultura della consulenza aziendale in stile anni ’90. Ma questa impostazione mi fa sospettare che molti coach abbiano bisogno di queste procedure rigide solo per proteggere se stessi. Una procedura rigida è, in realtà, una forma di protezione, una corazza, un’ancora per il coach che non ha la capacità o il coraggio di buttarsi nel flusso della narrazione del cliente e lasciarsi trascinare da essa.

E viene anche il sospetto che quelle procedure rigide siano funzionali alla diatriba se il coaching abbia un fondamento scientifico o meno (lo stesso avviene per la psicoterapia). Ho sentito dire che ce l’ha perché il processo sottostante è replicabile. Quindi, se il processo è replicabile, allora il coaching è una scienza e noi coach siamo tutti più credibili.

Ma a chi importa se il coaching è una scienza, una pseudoscienza o qualcosa d’altro? Sono certo che non ti importa proprio. Ciò che interessa a te è che sia utile, che ti metta nella condizione di raggiungere i tuoi obiettivi e, io, come professionista di aiuto sono credibile se tu raggiungerai gli obiettivi per cui mi hai assunto. Tutto il resto è un esercizio da primi della classe e, quindi, per coscienze ancora immature.

E poi ci sono quelli che, siccome fanno promesse impossibili da mantenere del tipo “puoi raggiungere qualsiasi obiettivo”, “esci dalla zona di confort e troverai la felicità”. A parte che la storia della “zona di confort” è una baggianata bella e buona perché fuori da lì non c’è la felicità, ma una zona di stress (se ti interessa, contattami e ti spiego perché), siccome questi coach sanno che mantenere quelle promesse (e altre) è impossibile, allora distraggono i clienti mescolando altre discipline new age, olistiche, esoteriche, spirituali eccetera. Bada bene, non sto criticando quelle discipline –non è questo il punto e se ti interessano, massimo rispetto-, sto dicendo che anche in questo modo si snatura la vera essenza e la potenza del coaching.

Per quanto mi riguarda, non esiste alcun modello teorico prefissato a cui potermi connettere perché  ogni cliente va ascoltato come fosse l’unico essere sulla terra con sue personali modalità, contenuti, aspirazioni del tutto peculiari. Il coaching è una danza. Talvolta è un valzer, altre volte un samba, altre volte ancora tecnohouse. Dipende dai gusti del cliente e io devo sintonizzarmi sui suoi passi. Ogni cliente è unico per complessità del simbolismo, per la biochimica delle emozioni, per le esperienze reali e oniriche, per l’inconfutabile unicità genetica di ogni essere umano.

Ovviamente, anche io seguo un processo di base, ma non è una contraddizione con quanto hai appena letto. Il coaching è una tecnica di comunicazione e il mio processo altro non è che la grammatica, la sintassi,  ma soprattutto la pragmatica del suo linguaggio.

Il mio compito è spostarti dal problema all’obiettivo, di aiutarti a eliminare i blocchi e le resistenze e assisterti nel tuo percorso.

Insomma, ti alleno allo stile di vita che ti assicuri la felicità.


Le mie credenziali




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